Ricavi in crescita a tripla cifra che superano i 3 miliardi di dollari nel 2026. Lo sport femminile, fotografato da Deloitte, non è più una promessa o una “causa da sostenere” ma sta gettando solide fondamenta per diventare industria.
I numeri pagano ancora distanze siderali rispetto alle compagini maschili ma, il cambio di paradigma è chiaro: sì perché, se prima lo sport che coinvolgeva le donne era un progetto da sostenere, con ampi margini di sviluppo, ma pur sempre un progetto, oggi invece vuole ragionare come un’industria in crescita.
Ticketing, marketing, sponsorizzazioni, diritti TV, data economy. In una sola parola business. Ed è qui che si apre la vera domanda: dove si colloca l’Italia in questo scenario?
La geografia dello sport femminile: la spaccatura tra Europa e Nord America
Secondo Deloitte, calcio e basket sono gli sport che trainano i numeri. Ma la cosa più interessante risiede nei dati a livello geografico. In questo senso, è evidente una spaccatura tra Europa e Nord America, con la prima che genera solo il 14% dei ricavi sul totale, mentre la seconda ne assorbe più della metà.
Una circostanza, questa, che dice due cose: innanzitutto, che il centro di gravità dello sport femminile è ben lungi dall’essere vicino; in secondo luogo, che l’Europa è chiaramente in ritardo. Questo però non deve ingannare, perché arrivare dopo non significa perdere il treno delle opportunità, anzi, potrebbe essere esattamente il contrario.
Il caso del calcio italiano, tra professionismo e il gap “inglese”
Il panorama dello sport italiano è ricco di contrasti. Il calcio femminile, ad esempio, con il passaggio al professionismo, avvenuto nel 2022 (qui l’intervista di Calcio e Finanza a Ludovica Mantovani), è riuscito ad assicurarsi una maggiore credibilità e a giustificare così un appeal commerciale comunque in buona crescita.
Rimangono tuttavia dei bug strutturali che impediscono quel salto finora atteso ma che non è mai arrivato: parliamo dei ricavi da stadio, ancora troppo limitati, delle sponsorizzazioni, che ancora non hanno raggiunto livelli sistemici e della dipendenza, ancora forte, dalle squadre maschili. Inoltre, il confronto con la Woman Super League inglese rimane impietosa, soprattutto a livello commerciale.
Le difficoltà del basket e il miracolo volley
Il basket all’estero rappresenta uno dei principali motori della crescita, in Italia, viceversa, siamo ancora lontani da ciò che accade a livello internazionale.
Investimenti limitati, scarsa visibilità, storytelling praticamente nullo: questa combinazione di fattori obbliga il movimento femminile della pallacanestro a un ruolo prettamente marginale, con società che capitolano come dimostra la recente uscita di scena dalla massima serie della Dinamo Sassari. Tuttavia, un mercato ancora inesplorato significa solo una cosa: la presenza di grandi opportunità.
Il volley italiano è il vero paradosso – in positivo – degli sport nazionali di squadra. Risultati sportivi eccellenti, copertura mediatica, seguito di pubblico: la pallavolo italiana è un valore consolidato per il nostro paese.
Il volley dice che un’alternativa esiste e il lavoro portato avanti dalla LVF con il fondo NJF e la creazione della newco Spike Media, che spingerà sull’acceleratore dei diritti televisivi e di immagine, può raccontare nel breve termine di una definitiva consacrazione come modello virtuoso.
I tre pilastri della crescita e il vero problema dello sport femminile italiano
I pilastri della crescita, secondo Deloitte, sono sostanzialmente tre: matchday, diritti TV e ricavi commerciali. Il problema dello sport agonistico femminile è sostanzialmente il secondo. Un’offerta TV fin troppo frammentata e la scarsa valorizzazione dei diritti di trasmissione sono l’ostacolo che boicotta dall’interno l’intero ecosistema.
Infatti, senza una stabilità mediatica, lo sport femminile fatica ad attirare sponsor e senza sponsor il sistema fa praticamente la stessa fatica a crescere. Il problema dunque, più che culturale o industriale è, per così dire, organizzativo.
Mancano strategie comuni, sotto ogni punto di vista: ad esempio, il legame tra evento sportivo e storytelling è praticamente assente. Questo significa una grave mancanza di prospettive. L’Italia del femminile è dunque a un bivio. I presupposti ci sono. Manca però una visione.
Cosa insegna il report di Deloitte sullo sport femminile
Il report di Deloitte, d’altra parte, sottolinea con una certa forza che lo sport femminile è uscito dal tunnel della sperimentazione. E come tale va trattato, con intelligenza e pianificazione.
E il primo che, in Italia, investirà in marketing, infrastrutture, media, non solo accompagnerà la crescita, ma la guiderà. Il tempo però non è infinito. Il rischio è quello di rimanere ai margini, oppure, ancora peggio, di diventare irrilevanti in un mercato che ha già cominciato a correre.
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