I tennisti battono cassa. Gli atleti dei due circuiti professionistici rivendicano maggiori compensi all’interno di un sistema che sta attraversando una trasformazione strutturale che ne sta ridefinendo gli equilibri economici.
Se da un lato il circuito continua a crescere come prodotto globale, dall’altro emerge con sempre maggiore evidenza una frattura tra i ricavi generati dagli eventi e quelli effettivamente distribuiti agli atleti, sempre più abili a monetizzare la propria immagine.
Il peso dell’extra campo
A descrivere questo cambio di paradigma è Kristoff Puelinckx, cofondatore e ceo di Tennium, che, intervistato da Palco23, ha evidenziato come ormai la maggior parte dei guadagni dei top player non sia più legata alla performance sportiva.
«Tra i primi venti giocatori al mondo, circa il 68% dei ricavi proviene da attività fuori dal campo, un dato che dimostra quanto sia diventato centrale sviluppare un’identità forte e riconoscibile oltre il tennis giocato».
In questo scenario, il tennista evolve da atleta a vero e proprio asset commerciale, capace di generare ricavi di portata rilevante siglando accordi di sponsorizzazione, licenze e attività mediatiche.
La crescente rilevanza del brand personale si lega a una dinamica economica precisa: i prize money, pur in aumento, non tengono il passo con il valore complessivo del sistema tennis.
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Le rivendicazioni dei tennisti
I grandi tornei, in particolare gli Slam, continuano a registrare ricavi record tra diritti media, ticketing e hospitality, ma la quota destinata ai giocatori resta residuale: le tensioni tra atleti e organizzatori riflettono proprio questo squilibrio.
I quattro Major destinano infatti al montepremi una quota del 15/20% del giro d’affari, importo che sale mediamente ad un terzo dei ricavi per i Master 1000, cifre significativamente distanti agli sport professionistici statunitensi dove nelle maggiori leghe vengono devolute circa la metà delle risorse generate.
I player rivendicano una ripartizione più equa dei ricavi, sottolineando come il prodotto tennis sia costruito principalmente sul loro valore sportivo e mediatico, mentre la governance frammentata del circuito limita la loro capacità negoziale.
Il modello di business dei tornei
In parallelo, gli organizzatori stanno rafforzando modelli di business sempre più orientati all’esperienza e ai servizi premium. Lo stesso Puelinckx ha sottolineato come il segmento hospitality stia diventando una leva strategica per la crescita dei ricavi degli eventi.
«L’area hospitality rappresenta una delle principali direttrici di sviluppo economico dei tornei, con un’offerta sempre più segmentata che punta a massimizzare il valore per spettatore e a trasformare l’evento sportivo in un’esperienza completa».
Questo spostamento verso un modello “experience-driven” contribuisce ad aumentare i margini degli organizzatori, ma non si traduce in maniera proporzionale in benefici diretti per gli atleti.
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L’importanza del brand personale
Il risultato è un sistema in cui la creazione di valore avviene sempre più fuori dal campo, mentre la sua distribuzione resta ancorata a logiche ancorate ad un impianto tradizionale ormai superato.
In questo contesto, la costruzione del brand personale diventa una necessità economica prima ancora che comunicativa: Carlos Alcaraz incarna perfettamente questa evoluzione, riuscendo a combinare performance sportive e posizionamento mediatico.
«È un atleta che unisce risultati tecnici di altissimo livello a una forte componente emotiva e relazionale, elementi che gli permettono di costruire un’identità distintiva e di generare valore ben oltre il campo da gioco».
La traiettoria del tennis
La conseguenza è un progressivo spostamento del baricentro economico del tennis verso attività commerciali individuali, con i top player che diventano sempre più indipendenti dal sistema dei tornei.
Una dinamica che, nel medio periodo, potrebbe ridefinire anche i rapporti di forza tra le diverse componenti dell’ecosistema, in un contesto in cui il tennis è ormai a tutti gli effetti un’industria globale dell’intrattenimento.
«Lo sport sta diventando un business sempre più internazionale e competitivo, in cui per restare rilevanti è necessario espandersi, innovare e operare su scala globale, anche a costo di sacrificare parte della dimensione più tradizionale».
Il vero nodo resta la sostenibilità del modello e la condivisione tra tutte le parti coinvolte, in mancanza della quale la pressione per una riforma della spartizione dei ricavi all’interno del circuito è destinata ad aumentare.