Non è ancora tempo di mettere gli sci in cantina. La cosiddetta “neve di primavera” consente a molti comprensori italiani di restare operativi ben oltre il calendario tradizionale, con condizioni che – soprattutto in quota – restano pienamente invernali anche a fine marzo.
Dall’arco alpino fino all’Appennino, numerose località continuano a garantire piste aperte e impianti funzionanti anche a ridosso di Pasqua, come l’Abetone, in Toscana dove ad esempio, il comprensorio Multipass resterà attivo fino al 12 aprile, mentre sulle Alpi diversi poli sciistici registrano ancora un’elevata operatività: in Val Gardena risultano attivi 71 impianti su 79, a Madonna di Campiglio 57 su 58, al Sestriere 52 su 70, a Breuil-Cervinia 43 su 51 e a Livigno 31 su 32.
Un quadro che si riflette anche sulle condizioni del manto nevoso. «Le condizioni delle piste sono eccezionali», ha spiegato a Libero Rolando Galli, presidente di Abetone Funivie, sottolineando come «le basse temperature abbiano contribuito a mantenere alta la qualità della neve anche nelle settimane successive all’alta stagione» e addirittura, in alcune aree, come confermato dal direttore della Val di Luce Andrea Formento, si registrano accumuli superiori ai due metri in quota.
Neve di primavera: prezzi più bassi e nuova domanda, ecco la leva della destagionalizzazione
Uno degli elementi chiave della “seconda vita” della stagione sciistica è rappresentato dal pricing. Le settimane bianche di primavera risultano significativamente più accessibili rispetto ai picchi di Natale e Capodanno, quando – secondo quanto già riportato da Sport e Finanza – una vacanza sulla neve per tre persone può arrivare a sfiorare i 4.000 euro.
In questo contesto, il periodo tra marzo e aprile diventa un’opportunità sia per i consumatori sia per gli operatori, che possono prolungare la stagione intercettando una domanda più flessibile e attenta al prezzo.
Il fenomeno si inserisce in una strategia più ampia di destagionalizzazione dell’offerta turistica, con l’obiettivo di distribuire i flussi su un arco temporale più lungo e migliorare la redditività degli impianti anche al di fuori dei periodi di picco.
Un settore “variabile” ma che vale oltre 12 miliardi
Il prolungamento della stagione è quanto mai vitale per un comparto che genera sì numeri rilevanti, ma che è soggetto alle tante variabili climatiche e all’oscillazione dei prezzi che livella verso l’alto ma riduce il target turistico.
Per la stagione ormai in chiusura, il turismo della neve italiano vale oltre 12 miliardi di euro nella con una crescente incidenza della domanda internazionale; un dato che in alcune analisi di settore sale fino a 15 miliardi di euro, considerando l’intera filiera dell’“oro bianco”: dagli impianti di risalita all’hospitality, fino ai servizi collegati.
Allo stesso tempo, resta centrale il tema del caro-prezzi, che negli ultimi anni ha inciso sulle abitudini dei consumatori, spingendo una parte della domanda verso soluzioni alternative – tra cui, appunto, la scelta di periodi meno affollati e più convenienti.
Neve di primavera: I numeri del finale di stagione
I dati raccolti nelle principali destinazioni confermano una stagione positiva anche in termini di affluenza. In Friuli-Venezia Giulia, ad esempio, sono stati superati per la prima volta i 10 milioni di passaggi agli impianti, con 960mila nuovi sciatori e un incremento degli incassi del 5% rispetto all’anno precedente, come riportato da Libero.
Segnali positivi arrivano anche da altre aree: in Val d’Aosta, nel solo periodo tra l’Immacolata e l’Epifania, si sono registrate circa 180mila presenze, in crescita dell’11% sull’anno precedente e del 16% rispetto alla media del triennio.
Guardando alle prossime settimane, diversi comprensori – come anticipato in apertura – prevedono aperture prolungate fino a fine aprile e in alcuni casi fino a maggio. Tra questi, Cervinia, Presena, Faloria e Col Gallina, mentre lo Stelvio rappresenta un unicum con attività estiva consolidata.
Il futuro dello sci e del turismo della neve resta un osservato speciale per le tante variabili climatiche ed economiche ma, nel presente si conferma una risorsa centrale per il turismo italiano: la neve di primavera, resterà un fenomeno da contestualizzare anno per anno ma quel che è certo è che non è da considerarsi un’eccezione, ma una possibile leva strutturale del modello di business della montagna.
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