C’è un momento in cui la Formula 1 smette di essere uno sport e diventa qualcos’altro. Diventa attesa, diventa storia, diventa la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di raro. A Suzuka, domenica, Andrea Kimi Antonelli ha vinto il Gran Premio del Giappone sulla sua Mercedes, si è preso la testa del Mondiale e ha infranto un primato che resisteva da diciotto anni: come riporta La Gazzetta dello Sport, è diventato il più giovane leader della classifica iridata di sempre, a 19 anni, 7 mesi e 4 giorni. Il record era di Lewis Hamilton, che ci era riuscito nel 2007 in Spagna a 22 anni.
È una domenica da ricordare, anche perché l’Italia non aveva un pilota in testa al campionato del mondo di Formula 1 dal 2005, quando Giancarlo Fisichella si ritrovò primo dopo la vittoria di Melbourne. Antonelli, come ha tenuto a precisare qualcuno con ironia affettuosa, quel giorno di Melbourne non era ancora nato.
Una gara imperfetta, dominata
La corsa di Kimi non è stata perfetta. Anzi, è partita malissimo: problema alla frizione allo spegnimento dei semafori, scivolato fino alla sesta posizione dopo il primo giro. Da lì, una rimonta paziente, silenziosa, quasi metodica. La svolta è arrivata al giro 23, quando la violenta uscita di pista di Bearman ha richiesto l’ingresso della safety car: Antonelli, che si trovava già in rimonta, ha potuto fermarsi ai box in regime di neutralizzazione, guadagnando posizioni preziose su George Russell, che aveva già effettuato il pit stop.
Da quel momento, la gara di Kimi è diventata un assolo. Ha gestito i ritmi, allungato sugli inseguitori, rispettato le indicazioni dei box. «Mi tenevano un po’ al guinzaglio», ha detto sorridente, ma senza mai perdere il filo.
Dietro di lui, Oscar Piastri su McLaren ha contenuto il distacco, mentre Russell ha dovuto fare i conti con Charles Leclerc: il monegasco della Ferrari ha piazzato un controsorpasso deciso che gli è valso il terzo gradino del podio, respingendo il compagno di squadra al quarto posto.
Il gesto, la bottiglia, il numero 12
Appena spento il motore, Antonelli ha esultato come Usain Bolt: braccio sinistro teso, indice verso il cielo. «Avevo in mente di farlo già in Cina, poi me ne sono dimenticato», ha spiegato. Sul podio, però, niente champagne: in Giappone vige il divieto per i minori di vent’anni. Bottiglia analcolica per il vincitore, champagne per Piastri e Leclerc.
Un dettaglio simbolico non è sfuggito agli appassionati: Antonelli corre con il numero 12, lo stesso che portava Ayrton Senna – il suo idolo dichiarato – quando a Suzuka vinse tutti e tre i suoi titoli iridati.
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I record e il peso della storia
Il successo in Giappone vale molto di più dei 25 punti in classifica. È il secondo consecutivo dopo il trionfo in Cina, roba che in Italia non si vedeva dai tempi di Alberto Ascari, che nel 1953 vinse in sequenza in Olanda e Belgio. È il terzo italiano a trionfare a Suzuka, dopo Alessandro Nannini nel 1989 e Riccardo Patrese nel 1992. E, soprattutto, è la conferma che questo ragazzo di Bologna non è un fuoco di paglia.
Con 72 punti all’attivo e 9 lunghezze di vantaggio su Russell, Antonelli si affaccia alla pausa del campionato – il prossimo Gran Premio sarà a Miami a inizio maggio – da leader. Da protagonista. Da candidato al titolo in una stagione che, come ha ricordato il direttore tecnico Ferrari Frédéric Vasseur, è ancora lunga e imprevedibile.
Un italiano capoclassifica nel Mondiale di Formula 1. Non bisogna avere molti anni per capire quanto sia raro. Bisogna solo averne almeno quaranta per ricordare quando era già successo.
Lui, però, minimizza. Come fanno i grandi. «Non guardo la classifica del campionato, non guardo più nulla, – scrive il Corriere della Sera – mi serve solo una buona dormita durante il volo che mi riporta a casa. E poi due settimane di riposo a San Marino e qualche allenamento con i kart.» Parole di un diciannovenne che sa già benissimo dove vuole arrivare, e che ha tutta l’aria di arrivarci davvero.