Sei ori su otto. L’81,25% del bottino più prezioso conquistato dall’Italia a Milano Cortina 2026 porta la firma di donne. Non è un caso, non è una coincidenza statistica: è il punto di arrivo, o forse il punto di partenza, di una trasformazione profonda che attraversa lo sport italiano da almeno un decennio, con ricadute che vanno ben oltre il medagliere olimpico.
Federica Brignone (due ori), Francesca Lollobrigida (due ori), Andrea Vötter e Marion Oberhofer (slittino doppio), Lisa Vittozzi (biathlon), Elisa e Arianna Fontana (short track, in comproprietà con la componente maschile): le elenchiamo una ad una, come per restituire volti e storie a cifre che rischierebbero altrimenti di restare astratte. E sono nomi che sui mercati dello sport – sponsorizzazioni, diritti televisivi, endorsement – valgono sempre di più.
Il dato che cambia tutto
La Gazzetta dello Sport lo ha messo nero su bianco con precisione: nel medagliere femminile per nazioni, l’Italia è prima assoluta, davanti a Norvegia e Olanda. La percentuale di ori al femminile sul totale azzurro è del 75%, contro il 33% della Norvegia (4 su 12) e il 66% dell’Olanda (4 su 6).
Non è un primato costruito sulla quantità – la delegazione azzurra conta 103 uomini e 93 donne, quasi paritaria ma non ancora al 50% – bensì sulla qualità e sulla continuità delle prestazioni.
Quel che colpisce, analizzando i profili delle atlete d’oro, è un elemento che raramente emerge nelle narrazioni sportive tradizionali: l’età. Brignone, Fontana e Lollobrigida hanno tutte intorno ai 35 anni. Non sono prodigi giovanili esplosi per strapotere fisico, ma campionesse costruite nel tempo, che hanno trasformato l’esperienza in vantaggio competitivo.
Una storia che viene da lontano
Per capire dove siamo, bisogna sapere da dove siamo partiti. Il 17 febbraio 1952 a Oslo, come ricorda la Gazzetta dello Sport, Giuliana Minuzzo diventava la prima donna italiana a conquistare una medaglia ai Giochi invernali: bronzo in discesa libera, a Norefjell. Quattro anni dopo, a Cortina, sarebbe stata anche la prima donna a pronunciare il giuramento olimpico. Pioniera due volte, quasi senza saperlo.
Il primo oro olimpico femminile invernale tricolore arrivò sedici anni dopo, a Grenoble 1968, con la slittinista Erika Lechner. A Sarajevo 1984 Paoletta Magoni conquistò il primo oro nello sci alpino femminile italiano. «Dissi che andavo ai Giochi per vincere, non per partecipare. Mi guardarono tutti come se fossi pazza», racconterà poi. Poi venne Deborah Compagnoni, tre ori in tre diverse edizioni (1992, 1994, 1998), record irripetuto da qualunque italiana, uomo o donna. E Stefania Belmondo nel fondo, e Manuela Di Centa che a Lillehammer ne vinse addirittura due.
È una genealogia sportiva che l’Avvenire ricostruisce con cura, risalendo fino a Ondina Valla, bolognese, prima medaglia d’oro olimpica femminile italiana in assoluto: vinse gli 80 ostacoli a Berlino 1936, aveva vent’anni e ricordava Hitler che le parlava in tedesco senza che lei capisse una parola. Prima , non fu nemmeno mandata a Los Angeles: «Sarebbe stato un problema fare una trasferta in mare con tanti uomini». Così rimase a casa.
I maschi potevano, le femmine no.
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La svolta di Parigi 2024 come prologo
Milano Cortina 2026 non è un fulmine a ciel sereno. È il capitolo invernale di una rivoluzione già avviata. Ai Giochi di Parigi 2024, per la prima volta nella storia olimpica, le donne azzurre vinsero più degli uomini: 7 ori su 12, il 58,3%, oltre a due in comproprietà. Alice Bellandi nel judo, Marta Maggetti nella vela, Paolini ed Errani nel tennis, Alice D’Amato nella ginnastica artistica, Consonni e Guazzini nel ciclismo su pista, la squadra della spada e, simbolo dei simboli, la Nazionale di pallavolo femminile, che portò all’Italia il primo titolo olimpico nella storia della disciplina. A livello individuale, 26 donne e 5 uomini tornarono a casa con l’oro al collo: un rapporto superiore a cinque a uno.
Julio Velasco, ct della pallavolo femminile, aveva definito il fenomeno «rivoluzione silenziosa». Silenziosa non lo è più.
Cosa significa per il sistema-sport
Il sorpasso olimpico delle donne italiane non è solo una questione di medaglie: ha implicazioni dirette sul valore dello sport femminile nel nostro Paese. Visibilità televisiva, seguito sui social, interesse degli sponsor: tutto cresce quando si vince, e le vittorie delle azzurre hanno sistematicamente generato picchi di audience e di engagement sui media digitali.
Con sei giornate ancora da disputare a Milano Cortina, l’Italia ha già superato il record di 20 medaglie di Lillehammer 1994 e si trova al secondo posto del medagliere globale. Le atlete ancora in gara con concrete possibilità di medaglia d’oro – le biatlete con Vittozzi e Wierer, Lollobrigida nel pattinaggio, Fontana e le compagne nello short track – potrebbero ampliare ulteriormente un bottino già storico.
Il fenomeno riguarda anche la struttura della delegazione: la quasi parità numerica (103 uomini, 93 donne) è il frutto di politiche federali e del Coni sviluppate nell’ultimo trentennio, e riflette un investimento crescente nello sport femminile a tutti i livelli, dalla base al vertice. Non è stato un processo lineare né spontaneo: è stato costruito, finanziato, organizzato.
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Oltre le Olimpiadi
La vera domanda, per chi guarda a questo fenomeno con occhi non solo sportivi, è se la rivoluzione rosa reggerà alla fine dei Giochi. Il rischio, storicamente documentato, è quello del riflettore che si spegne: picco di attenzione durante l’evento, poi ritorno alla normalità.
Ma i segnali, questa volta, sembrano diversi. La profondità del banco di atlete di alto livello, non solo le campionesse olimpiche, suggerisce che non si tratta di un ciclo favorevole ma di una generazione.
Come scrive l’Avvenire, «dopo che altre l’hanno aperta, hanno sfondato una porta. Dove oggi e in futuro passeranno ancora in tante». Se così sarà, il sistema sport italiano, e chi lo finanzia e lo organizza, farebbe bene a prepararsi. Perché la rivoluzione rosa non è più silenziosa. E non sembra avere intenzione di fermarsi.
