Malagò: «Milano Cortina sarà un modello per i grandi eventi del futuro»

L’ex presidente del Coni, oggi alla guida della Fondazione, esalta il principio di Giochi diffusi, con l’Italia che diventa laboratorio del nuovo modo di fare Olimpiadi.

Malagò sport italiano
un nuovo paradigma
Giovanni Malagò (Image credit: Insidefoto)

Milano Cortina 2026 porta la firma di Malagò. È stato lui, da presidente del Coni nel 2019, a credere con maggiore determinazione nella candidatura italiana ai Giochi invernali, spingendola fino alla vittoria. 

Oggi, alla guida della Fondazione Milano Cortina, si prepara a viverli da protagonista, con uno sguardo che rivendica il passato ma guarda deciso ad un appuntamento cruciale che ormai è dietro l’angolo.

L’avanguardia di Milano Cortina

«Poiché non sono ipocrita, confermo che avrei trovato giusto essere ancora il numero uno del Coni per l’evento – ha dichiarato in un’intervista concessa a Il Giorno -. Ma è stato deciso diversamente e per natura io guardo al futuro, mai al passato. È una storia chiusa. Mi diverte di più ragionare su quello che ci aspetta».

Una sfida resa più complessa dalla natura stessa dei Giochi, distribuiti su territori diversi e distanti tra loro. Un modello che per molti rappresenta un rischio, ma che secondo Malagò può diventare un punto di forza.

«Milano Cortina può diventare un modello». Un’affermazione che nasce da una visione precisa: gli eventi incentrati in una sola metropoli, così come sono stati organizzati in passato, non è più sostenibile ovunque.

La fine del gigantismo nello sport

«Il gigantismo nello sport non funziona più. O meglio: in Russia o in Cina o nei paesi ricchissimi del mondo arabo ti puoi ancora permettere tutto, sono sistemi diversi e mi fermo per non buttarla in politica».

Il dirigente porta esempi concreti per spiegare come la tendenza sia ormai globale: grandi eventi sempre più condivisi tra Paesi e territori, per una nuova tendenza che di fatto vede la rassegna a cinque cerchi italiana come precursore.

«I prossimi Mondiali di calcio si giocheranno in Canada, Messico e USA. Quelli successivi tra Spagna, Portogallo e Marocco. L’Olimpiade invernale del 2030 i francesi la divideranno tra le loro Alpi e Nizza per le competizioni indoor. Altro che le distanze tra Milano e Cortina o tra Anterselva e Bormio».

Per Malagò, dunque, l’Italia sta anticipando una direzione segnata: «Per me questo modello è il futuro, almeno per un certo tipo di eventi. Non per caso la nostra candidatura fu presentata dai territori, mica dal governo centrale».

La candidatura naufragata di Roma ai Giochi Estivi

Un passaggio che riporta inevitabilmente alla ferita ancora aperta della candidatura olimpica di Roma, affossata anni fa dal no politico dell’amministrazione capitolina. Un episodio che Malagò preferisce non rievocare, pur senza rinnegare il giudizio.

«Preferirei non riaprire quella ferita. Per me fu un errore clamoroso. Ma anche questo è il passato. Mettiamola così: se non altro il lavoro che avevamo fatto per Roma è tornato utile per l’Olimpiade Bianca del 2026».

Il presente, però, è fatto di difficoltà concrete, conseguenze di pandemia e crisi geopolitiche: «Ci sono stati ostacoli enormi, due anni di Covid, l’inflazione generata dalla guerra in Ucraina, l’aumento inevitabile dei costi».

Il punto centrale, per Malagò, è la responsabilità collettiva. L’Italia dovrà arrivare pronta all’appuntamento olimpico, senza alibi, nonostante le complicazioni nel percorso di preparazione. «Dovremo essere pronti».

L’eredità dei Giochi

Eppure, messi da parte gli ostacoli, ciò che conta davvero per Malagò va oltre l’evento in sé. «La cosa importante è quello che l’Olimpiade lascerà all’Italia. Come eredità emotiva, infrastrutturale».

Poi c’è lo sport, quello vero, che si misura in risultati ma anche in orgoglio nazionale. Lo sguardo torna inevitabilmente al medagliere. «A Pechino nel 2022 ne conquistammo diciassette: due d’oro, sette d’argento e otto di bronzo. Nonostante la sfortuna che ha bersagliato alcuni campioni, possiamo fare meglio».

La fiducia nasce da un lavoro portato avanti negli anni che ha già portato frutti importanti: «Da presidente del Coni ho sempre messo gli atleti, al maschile e al femminile, al centro del mio lavoro. Non ci deluderanno».

Gli atleti al centro

I simboli della spedizione azzurra, però, non sono solo i nomi più attesi, ma un gruppo che sente forte il peso e l’onore della rappresentanza. «Vorrei citare Federica Brignone ma non conosco il suo stato di salute. Allora scelgo l’irriducibile Michela Moioli nello snowboard e Giacomel nel biathlon, è formidabile. Ma in generale sono i nostri azzurri e le nostre azzurre il motore della Olimpiade».

È qui che Malagò individua l’essenza più profonda dei Giochi: «Hanno l’orgoglio di rappresentare il Paese. È questa la grande bellezza delle Olimpiadi: il meccanismo di identificazione che scatta tra la gente comune e chi partecipa in nome dell’Italia. Mica è retorica».

Milano Cortina, allora, è una prova di maturità per il Paese e, come si riscontra dalle parole di Malagò, un’occasione per lasciare un segno che vada ben oltre il 2026.